Co-founder @ Scaling Tales | The structured process for your personal brand | Helped 40+ founders, execs, tech leads, Fortune 500 spokespeople & TEDx speakers scale their #1 asset: reputation
(post lungo su un concetto base per costruire davvero un brand su social media algo-dipendenti)
L’utente Pinko Pallo oggi legge un mio post dall’inizio alla fine. Domani ne intercetta un altro nel feed, ma si ferma solo all’hook. La settimana prossima guarda distrattamente una clip che ho pubblicato. Che cosa rimarrà di me nella sua testa?
Una sintesi di esposizioni parziali, contenuti scorsi con la coda dell’occhio, impressioni lasciate da un hook riuscito o da un titolo su cui magari non era nemmeno d’accordo.
Da parte mia, come creator, non ho gli strumenti per costruire una narrazione lineare, sequenziale, esaustiva.
Ma non è (più) quello il gioco.
Posso solo mettere in campo un set di stimoli - visivi, verbali, cognitivi - che la piattaforma distribuirà in modo algoritmico. E da lì, la persona esposta agli stimoli costruirà un’immagine e una percezione del mio brand.
Dobbiamo tenerlo presente ogni volta che ci affacciamo su LinkedIn, Instagram, Facebook, TikTok: le persone sono lì principalmente per *scrollare*. Da un contenuto all’altro, ininterrottamente.
E così, rubo una buzzword dal mondo del web design (🥷) e le cambio di significato perché definisce bene ciò che siamo chiamati a fare:
SCROLLYTELLING
Ovvero, uno storytelling che tenga conto del deficit di attenzione collettivo, della frammentazione dei contenuti, dell’information overload e della distribuzione basata su un interest graph e non più su un social graph.
“OK, ma nel concreto?”
Una delle best practice più efficaci che cerco sempre di adottare è introdurre elementi di “ancoraggio”.
Piccoli so what, concetti chiave, frasi ricorrenti, CTA e segnali vari che ritornano in tutti i post, anche se molto diversi tra loro.
Elementi di microbranding che aiutano a rendere visibile e riconoscibile ciò che è davvero importante nel mio personal brand.
Un buon correlativo oggettivo che mi aiuta a tenere a mente questo principio è il dischetto d’oro lanciato con la sonda Voyager.
Negli anni ’70 la NASA spedì la sonda Voyager fuori dal sistema solare, sperando che un giorno venisse intercettata da qualche civiltà aliena.
Nessuno sapeva se sarebbe arrivata da qualche parte, se si sarebbe persa nel vuoto o se sarebbe esplosa subito dopo il lancio.
Ma dentro ci hanno messo un disco dorato che era una specie di “best of” dell’umanità, con dipinti, canzoni, fotografie, saluti in diverse lingue.
Il disco è il messaggio vero che noi vogliamo comunicare col nostro personal brand. La navicella è il post che lo trasporta e che di volta in volta cambia.
Se riesci a inserire sempre il tuo messaggio vero, anche se il contenuto si perde, viene ignorato o arriva in una galassia lontana dove nessuno ti conosce, non importa, perché quando verrà finalmente intercettato, quel messaggio sarà lì.
Anche nell’epoca dello scrollytelling!
Riccardo